sabato 24 marzo 2012

Andare via, in un fermo immagine.

Sarà colpa delle stagioni, quelle che ci portiamo dentro, del tempo sempre troppo poco e di questi giorni lunghi come secoli che si dilatano tanto da non farci capire la differenza tra la fine di uno e l’inizio dell’altro. Sarà che ho smesso troppe volte di fumare e che continuo a collezionare assenze. Sarà colpa dei finti telegiornali, delle statistiche e di tutte quelle cose stupide che siamo stati costretti ad imparare come avere sempre qualcosa di bello e di sensato da scrivere. Sarà che dobbiamo scavare a mani nude nella terra per vedere che il sangue c’è e si mescola alla pioggia, che abbiamo bisogno di nuotare in un oceano congelato per avere freddo e capire che in fondo non abbiamo così tanto giaccio dentro.

E non sarà poi così grave se ci scopriremo in ginocchio a raccogliere le carte del castello che ci è crollato addosso e se io non ti ho mai raccontato dell’idea che ho del mio inverno e della tua estate. E non sarà così grave se mentre mi parli delle tue catastrofi, delle percentuali e degli schemi riassuntivi dei tuoi progetti io rimango indecisa tra lo stare ferma e lo stare via. E non sarà nemmeno così grave salire su treni dagli orari incomprensibili, insieme, ma con destinazioni diverse.

Tu raccontami e lasciati raccontare. Inventiamoci qualcosa di meglio per non lasciarci passare e non finire annegati nei soliti trucchi e discorsi per paura di riuscirci a vedere davvero e sentirci plausibili.
Inventami un filo di voce affinché io possa farne un raggio capace di attraversare i metri e le atmosfere di profondità per ricordarti come ci si sente a tornare in superficie.

martedì 6 marzo 2012

Sei perché non siamo più.


Sei le mie risposte brevi, i tuoi segreti degli armadi e il nostro vizio di partecipare che tanto ci siamo già persi. Sei le opinioni prese in prestito e le riunioni di condominio dei pensieri. Sei i graffi sulle mani, le citazioni e le agitazioni, sei anche le citazioni da primi premi e tutti i tuoi discorsi seri sui sentimenti rinnovabili. Sei il condizionale passato di ogni frase. Sei le foto dove stiamo stretti e le cicatrici dei ricordi. Forse sei anche tra i giorni quando ho deciso di non tornare più. Sei la siepe del Leopardi e non voler andare oltre. Sei tempo libero da non so che cosa e tempo perso che non trovo. Ma rimani sempre e comunque il giorno dopo. Sei frasi del tipo "E' troppo tardi" e i miei dialoghi interiori in cui mi dico quello che non voglio sentire. Sei tra le risposte che ho sbagliato solo per pigrizia di essere felice e vagamente divertente. Sei i sorrisi leggeri mentre i coltelli della nostalgia continuano a fare il proprio lavoro nello stomaco. Sei la mia non voglia di insegnarti e la mia non voglia di imparare. Sei la mia statua interiore che Diderot dice non riscirò a demolire. Sei i pensieri confusi che uso per trovarti per caso, sei occhi marroni che usavo per guardare lontano. Sei rabbia che dalle mani finisce sui tasti. Sei i miei silenzi cancerogeni. 
Sei qualcosa che devo smettere.

On Air: Radical Face - Ghost Towns